I progetti di cooperazione internazionale possono sempre rivelare la loro doppia identità di strumenti dei Paesi ricchi verso Paesi meno fortunati per il controllo di risorse o determinati settori, ma, senza entrare nello specifico, certo il progetto Mangeons Local promosso da Slow Food ha il pregio di sottolineare l’ambiguità del sistema di distribuzione alimentare mondiale e i comportamenti acquisiti da popolazioni dannosi per loro stesse, soprattutto nei campi della sovranità alimentare, della sostenibilità e della dipendenza dall’estero.
Esempio emblematico riguarda i Paesi africani, come il Senegal, dove una dieta composta da prodotti locali e sani è stata via via sostituita da un’altra dieta globale: “Si fa colazione alla francese, si pranza come in Asia e si cena con pasta e patate…”, questo affermano i responsabili del progetto definito di “salvaguardia alimentare” attuato in due scuole primarie di Dakar, per un totale di 200-300 famiglie coinvolte.
L’obiettivo è quello di preservare la biodiversità attraverso colture uniche che appartengono al Senegal, alla sua storia e al suo territorio devastato da monocolture per prodotti da esportazione, che velocemente devastano territori con un’agricoltura intensiva ad alto utilizzo di prodotti chimici, non riuscendo a garantire neanche l’autonomia alimentare delle popolazione autoctone, anzi spesso obbligandole a consumi e diete imposte dal mercato internazionale.
Del progetto fanno parte due cuoche di Terra Madre e uno dei convivium del Senegal, in uno di questi la responsabile è anche la referente della comunità senegalese dei produttori e delle trasformatrici di ortofrutta di Thiès e sostiene che la miseria “non può essere sradicata completamente se non si ha una sicurezza alimentare solida, basata su una produzione agricola diversificata e locale”.
Foto: Smithsonian Institution
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